La storiografia romana

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Eredità della Grecia, come per una consistente parte della cultura della nuova repubblica romana, la storiografia romana muove i suoi primi passi con Quinto Fabio Pittore, che compose in greco i suoi Annales o Rerum gestarum libri nel secondo secolo avanti Cristo. Prima la storia veniva raccontata attraverso gli annali stilati dai pontefici massimi, scritti sulle tabulae dealbatae, le tavole bianche che contenevano informazioni preziosissime sui primi anni della Roma repubblicana. Fabio Pittore narrò le guerre puniche, con tono spesso enfatico e celebrativo, ma applicando un metodo storiografico corretto, con una decorosa attenzione alle fonti e ai documenti, anche se per forza di cose soprattutto di origine romana. Dopo Fabio Pittore altri autori cominciarono a interessarsi della neonata “saggistica” storica romana: Lucio Cincio Alimento, Gaio Acilio, Aulo Postumio Albino e soprattutto Catone il Censore con le sue Origines, che illustrò lo spirito originario dell’essenza romana dando assoluta importanza all’integrità morale. Si diffuse la tradizione annalistica (di anno in anno, ognuno di questi narrato in un singolo libro, come Muzio Scevola) e i “saggi” veri e propri, le monografie: ad esempio quella che Caio Gracco dedicò al fratello Tiberio o le due monografie sallustiane, il De Catilinae coniuratione e il Bellum Iugurthinum. Oltre al già citato Sallustio, i più grandi storici di Roma furono Giulio Cesare, straordinario “attore e narratore” nel De bello Gallico e nel De bello civili, opere di storia, di guerra e perfino di antropologia, Tito Livio, che con la sua monumentale Ab Urbe Condita, scritta in età augustea, scrisse l’autentico capolavoro della storiografia romana “aurea”, Tacito, obiettivo e scrupoloso, celebre per le Historiae e soprattutto per gli Annales, concisi, severi, moralistici e quasi «violenti», e Svetonio, che scrisse le biografie dei dodici cesari (Cesare, Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano, Tito e Domiziano).