Come sono costruiti i modelli di razzi spaziali

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Harry Stine e Oliver Carlisle sono considerati i padri del razzimodellismo come lo conosciamo oggi, e che ha posto fino all’era in cui gli appassionati ricorrevano a motori fatti in casa (piuttosto pericolosi) piuttosto che agli odierni motori standardizzati, molto più sicuri. Quello che rimane nelle mani del razzimodellista è la costruzione del modello in sé, un’operazione che di “casalingo” ha solo la location: la cucina del razzimodellista è infatti il regno dove colle e pezzi da cuocere entrano a far parte del progetto studiato con cura su carta e al computer. L’altra alternativa è la costruzione da scatola di montaggio, che però, naturalmente, non garantisce la stessa possibilità di customizzazione e di cura del dettaglio di un modello fatto in casa. Esistono tre categorie di razzimodellismo, Low Power, Mid Power e High Power, a seconda delle dimensioni del modellino e, di conseguenza, del motore di propulsione, che permettono di raggiungere quote sempre più elevate (per i modelli più grandi è necessaria una particolare certificazione). Nella costruzione dei razzi alcuni elementi non variano mai, come la struttura fondamentale dei modelli spaziali, con ogiva, corpo o fusoliera, gli stabilizzatori o pinne e il supporto motore (un tubo più piccolo che viene inserito nel modello per fissare a quest’ultimo il motore, con possibilità di poterlo rimuovere se necessario). Per quanto riguarda l’ogiva, che è la punta del razzo (che di solito durante il volo poi si stacca e permette l’espulsione del paracadute che porta il razzo a terra) si fa ricorso a legno (molto leggero, come la balsa) o a plastica, mentre la fusoliera può essere ricavata da tubi di cartone, magari impregnato in resina fenolica, o in plastiche speciale. Ancora in legno (o in fibra di vetro) gli stabilizzatori, che di solito sono tre o quattro.