Le passiones e le vitae

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Le biografie agiografiche dell’antichità cominciarono a riguardare non più solo martiri ma anche santi intorno al quarto secolo, con modelli che diventavano via via più raffinati, come la vita di Antonio scritta da Sant’Atanasio, la vita di Sant’Ambrogio composta dal diacono Paolino, la vita di Sant’Agostino ad opera di Possidio, che ricalcarono da vicino il modello delle vite dei dodici Cesari di Svetonio. Famose anche le biografie dei santi irlandesi, come San Brandano e Santa Brigida di Kildare, che rispetto ai testi appena citati però indulgono maggiormente all’elemento leggendario che diventerà poi preponderante nelle passiones. Le passiones, nell’agiografia medievale, furono uno dei principali sottogeneri: si trattava, rispetto alle legendae, di amplificazioni ulteriori della vita dei santi e soprattutto della loro morte come martiri, soprattutto volti a edificare l’uditorio con lunghe, e spesso cruente, narrazioni dei supplizi a cui i santi stessi erano stati sottoposti. Dalle passiones, nell’era carolingia, cominciarono a svilupparsi veri e propri romanzi agiografici, le vite, come la vita di San Mauro Abate o la vita di San Benedetto composta da Papa Gregorio Magno; il successo di questo tipo di composizioni era amplificato anche dalla sempre crescente circolazione delle reliquie dei santi, e proprio legati a questi si svilupparono numerosi libri miracolorum il cui scopo era attirare il maggior numero possibile di visitatori (e quindi di offerte) in un determinato santuario per rendere grazie a una reliquia. Tra questi sono particolarmente noti quelli di Santiago de Compostela e di Notre-Dame di Rocamadour. L’agiografia, man mano che passano i secoli, torna ad essere più realistica, anticipando gli esiti dei bollandisti dei secoli futuri, come le biografie di San Francesco d’Assisi composte da Tommaso da Celano e da San Bonaventura. L’elemento leggendario è invece fortissimo nell’affascinante Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine.