L’autobiografia nell’Ottocento

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Le autobiografie ottocentesche sono caratterizzate da uno sviluppo del racconto della propria vita in chiave di analisi interiore, di sé stessi e della propria personalità, arrivando – soprattutto con l’avvento del Romanticismo – a perseguire un ideale di sincerità e di autenticità.Il modello per tutto l’ottocento furono Le confessioni di Jean-Jacques Rousseau, ispirate al recupero del proprio passato individuale sul tema della memoria e dell’infanzia. In Francia grandi capolavori del genere furono le Memorie d’oltretomba di François-René de Chateaubriand, che con la loro soffusa malinconia fecero scuola tra gli scrittori francesi, specialmente per Victor Hugo, o l’Histoire de ma vie di George Sand, mentre Lev Tolstoj, in Russia, diede alle stampe la trilogia Infanzia, Adolescenza, Giovinezza. Un caso particolarmente interessante sono Le confessioni di un mangiatore d’oppio di Thomas de Quincey, conosciuto anche come Confessioni di un oppiomane, tradotto poi in francese da Charles Baudelaire e riguardante la dipendenza da oppio e da laudano dell’autore, senza però avere alcuna tinta moralistica.In Italia l’autobiografia conosce un episodio straordinario con un capolavoro come lo Zibaldone di Giacomo Leopardi: si tratta di un’opera senza precedenti, più di quattromila e cinquecento pagine di pensieri sparsi, spunti, ispirazioni, pubblicate per la prima volta in sette volumi grazie al lavoro di una commissione di studiosi presieduta da Giosuè Carducci, con il titolo Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura; un quaderno che dà l’occasione per uno sguardo nel processo creativo di Leopardi, nel suo pensiero, nei suoi temi fondamentali, come il dolore, il ricordo, la poesia. Di recente, questo documento unico nel suo genere è stato tradotto in inglese. In Italia la memorialistica ebbe una stagione di grande favore anche con il Risorgimento: basti pensare a Le mie prigioni di Silvio Pellico o I miei ricordi del marchese Massimo d’Azeglio.