L’autobiografia nell’antichità

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Parallelo al genere biografico, il genere autobiografico nell’antichità ha accompagnato le riflessioni su sé stessi di filosofi, poeti, imperatori, viaggiatori e gente comune. Il più antico esempio di biografia sono Le avventure di Sinuhe, la più conosciuta opera dell’antico Egitto e che narra le vicende di Sinuhe, servitore del faraone che in seguito alla morte del sovrano fugge in Siria, dove farà fortuna. In epoca classica, spesso le autobiografie assumevano la forma di un’apologia, tesa dunque più a giustificare il proprio operato che a fornire documenti sulla propria esistenza. Tra le autonarrazioni più celebri dei Greci, l’Anabasi di Senofonte, anche se particolari sui diversi autori emergono anche nell’orazione di Demostene Per la corona, nei lavori di Galeno, Platone, Solone e Tucidide. Nella romanità sono uno straordinario esempio di biografia i Commentarii di Giulio Cesare, insieme ad alcuni scritti di Varrone, Cicerone, Augusto (le Res Gestae) e, sul piano della poesia, le opere molto personali di artisti come Catullo, Orazio, Ovidio – che narrò il proprio esilio – e Tibullo. Grandi momenti autobiografici hanno anche i Dialoghi di Seneca, e soprattutto le Epistole a Lucilio. L’opera autobiografica più importante dell’antichità, però, quella destinata ad avere uno straordinario successo nei secoli futuri, furono le Confessioni di Sant’Agostino, che segnarono, coi loro dodici libri, uno dei massimi capolavori della letteratura cristiana. Agostino di Ippona, uno dei più grandi padri della Chiesa, narra la sua vita in forma di un discorso rivolto a Dio (per questo il termine “confessione”) arricchendo con particolari psicologici il suo percorso di fede, a partire dall’infanzia a Tagaste e degli anni dissoluti e corrotti vissuti come retore a Cartagine, fino a quando la lettura dell’Hortensius di Cicerone lo portò sulla via della filosofia e, dopo l’incontro con Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, all’approco al Cristianesimo.