Fluorescenza e fosforescenza del francobollo

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Quando si stampa un francobollo si inseriscono spesso delle sostanze chimiche fluorescenti o fosforescenti nell’impasto della carta oppure come colore aggiunto (nel primo caso risulterà fluorescente anche il retro del francobollo, nel secondo solo la parte colorata). In più è possibile inserire questo tipo di sostanze anche nell’inchiostro. L’obiettivo è rendere il francobollo visibile agli occhi delle annullatrici automatiche, in più è un valido aiuto contro la contraffazione (luminofori e fosfori infatti non sono facili da reperire per chi vuole falsificare un valore bollato). Fluorescenza e fosforescenza, in breve, sono fenomeni che fanno parte della luminescenza e che “nascondono” il colore a meno che non siano osservati con la luce di una lampada di Wood, in grado di emettere onde elettromagnetiche di lunghezza compresa tra i 50 e i 450 nm, oltre cioè quello che è lo spettro visibile dall’occhio umano. Si definisce “fluorescenza” quando una volta cessata l’emissione di energia i francobolli tornano a essere normali, cioè quando si spegne la lampada di Wood; la “fosforescenza” è quando il fenomeno perdura per qualche istante, almeno da 10 microsecondi. Esistono molti esempi illustri di francobolli italiani fluorescenti, in genere con metodo della patina o verniciatura per i commemorativi, della pasta per i francobolli ordinari. Anni fa, però, si usavano inchiostri di stampa fluorescenti, facilmente distinguibili per il loro inchiostro rosso, con toni che vanno dall’arancio al viola e fluorescenza rossa. Nel 1968 si diffonde la fluorescenza nella pasta, con la siracusana che è la prima grande serie a presentare un uso di tale tecnica. In questi casi la fluorescenza è già presente nella carta, di solito rafforzata con una vernice. Oggi questi francobolli hanno un colore soprattutto giallo brillante. Dal 1980, invece, diventa popolare la patinatura, anche se nessuno dei metodi citati ha completamente sostituito quelli precedenti.