Il faggio

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Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi… il pastore che si riposa all’ombra di un faggio frondoso nella prima delle Bucoliche virgiliane è solo la più illustre tra le tante attestazioni letterarie di una latifoglia molto diffusa in Italia, per quanto qui sia rappresentata esclusivamente da una specie (Fagus sylvatica) della decina, circa, che costituisce il suo genere d’appartenenza. Il faggio in Italia si trova infatti un po’ dappertutto, sia in boschi misti con abete bianco e abete rosso o in faggete, sulle Alpi e sugli Appennini. Gli esemplari isolati hanno chiome ampie e ramificate, mentre nei boschi gli alberi si sviluppano in lunghi tronchi affusolati e slanciati, ramificati solo nella parte superiore della chioma. L’altitudine media di questo albero è sopra i 500 metri sulle Alpi e oltre i 800 metri sugli Appennini, anche se non è inusuale trovare faggi anche a quote molto più basse (ad esempio sul Gargano). Il clima ideale per questo genere (ma della stessa famiglia fanno parte anche querce e castagni) è fresco e nebbioso, con frequenti precipitazioni durante l’estate. Il faggio è anche molto usato per decorare parchi e giardini, e il suo legno (piuttosto resistente e poco elastico), pur non essendo di qualità altissima, è molto usato per mobili o lavori di tornitura, oltre che per la fabbricazione di strumenti musicali come violini e pianoforti. I faggi arrivano anche ai 35 metri di altezza. I suoi frutti, le faggiole, sono commestibili ma hanno il pericarpo velenoso, che deve essere rimosso. In particolare sono ricchi d’olio, e quello da essi ricavato, dal sapore dolciastro, veniva soprattutto in passato usato come condimento oppure come combustibile. Notevole del faggio anche il sottobosco, soprattutto per quanto riguarda i funghi; molto spesso infatti le faggete sono un terreno perfetto per specie come porcini, cantarelli o colombine.